Kapò (1960)
Scampata alla morte, facendosi passare per criminale comune, in un campo di lavoro tedesco in Polonia orfana ebrea diventa kapò, cioè caposquadra-aguzzina delle sue compagne, aizzata alla ferocia dalla logica spietata del lager. L'amore per un prigioniero russo la redime.
- Data di uscita
- 1960-09-27
- TMDB
- 6.9 / 10 (83)
- Durata
- 2 h 0 min
- Generi
- Dramma, Guerra
- Regista
- Gillo Pontecorvo
Cast
- Susan Strasberg — Edith
- Laurent Terzieff — Sascha
- Emmanuelle Riva — Terese
- Didi Perego — Sofia
- Gianni Garko — Karl
- Annabella Besi — Carole
- Graziella Galvani — Isabelle
- Paola Pitagora — Georgette
- Eleonora Bellinzaghi
- Bruno Scipioni
- Dragomir Felba
- Mira Dinulović
Curiosità
- Girato a: Zagabria e Jugoslavia
- Premi: 0 · Candidature: 2
Kapò è un film del 1960 co-scritto e diretto da Gillo Pontecorvo.
Produzione
L'idea del film nacque, congiuntamente, tra Gillo Pontecorvo e Franco Solinas, dopo la lettura di Se questo è un uomo di Primo Levi. La stesura della sceneggiatura non avvenne, tuttavia, senza contrasti, e, oltre a mettere alla prova un'amicizia di lunga data, consolidata da comuni battute di caccia e pesca, rischiò di compromettere il progetto sin dai suoi inizi.
Primo nodo della discordia fu la proposta di Solinas di introdurre una storia d'amore tra la protagonista ed un prigioniero. Il deciso rifiuto del regista, con gli stessi argomenti utilizzati in seguito in alcune critiche negative al film, portò ad una lite con relativi insulti tra i due e all'abbandono, senza neppure salutarsi, del ritiro di Villetta Barrea, dove i due stavano lavorando.
Anche sul finale non vi fu accordo. Rispetto al sacrificio finale, Pontecorvo avrebbe preferito che Edith, a liberazione avvenuta, espiasse nella solitudine e nel rimorso la scelta di passare dalla parte degli aguzzini.
Per ragioni di co-produzione internazionale a Pontecorvo era stato imposto come direttore della fotografia lo jugoslavo Aleksandar Sekulovic, ma la coesistenza tra i due non fu facile. La fotografia "levigata, hollywoodiana", il sistematico uso del controluce di Sekulovic, mal si conciliavano con la richiesta di un materiale grezzo, " da cinegiornale", che storicizzasse la narrazione.
Fu a quest'ultimo che, per ottenere una fotografia più granulosa, meno elegante, fu affidato, successivamente, a Cinecittà, il controtipaggio (procedimento attraverso il quale, dal positivo del girato si ottiene un nuovo negativo) di alcune scene.
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